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Storia di un #hashtag

hashtag_fingers_193Se ne parla di continuo, sopratutto da quando anche Facebook ha deciso di introdurlo nei suoi post.. Ma cos’è e a cosa serve l’#hashtag?

L’hashtag non è propriamente figlio dell’era moderna. Fa la sua comparsa nel 1988, prima delle reti internet.

L’elegante canceletto veniva utilizzato per etichettare i “canali” già nelle Internet Relay Chat (IRC) un sistema di messaggistica istantanea, antenata di WhatsApp, che consentiva a due o più utenti di comunicare tra loro. I canali sono gruppi di utenti che si identificano con un nome attraverso un cancellato (#).

I social sono ancora lontani ma le conversazioni sono già contraddistinte da etichette e da hashtag.

La fama dell’hashtag cresce nel 2007 con Twitter di cui è assoluto protagonista tanto che  oggi mi chiedo spesso: “ma come ho fatto a viver senza!?” 😉

In un canale vasto come Twitter, in cui si stimano circa 100.000 tweet al minuto, risulterebbe impossibile seguire un argomento specifico, se non esistesse un hashtag a contraddistinguerlo.

Ma cos’è veramente e quali regole deve rispettare un hashtag per essere di successo?

Gli hashtag, abbiamo detto, contraddistinguono un argomento, un evento o uno stato: in un hashtag le parole rimangono attaccate le une alle altre, senza punti nè virgole tutte precedute da un # (cancelletto).

E’ chiaro che, con queste regole, sembra semplice creare hashtag ma ricordiamo che il loro successo dipende dalla loro diffusione e che la buona veicolazione di un hashtag dipende dalla sua univocità, dall’assenza di parole che possano essere fraintese e di accenti che possano creare complicazioni in fase di scrittura rischiando di usare un hashtag sbagliato.

# breve è senza dubbio la sua caratteristica più rilevante, due/tre parole al massimo! Nella logica del social in cui nasce (twitter) se sono troppo lunghi finiscono per essere invasivi e togliere spazio ai già risicati 140 caratteri disponibili. Se sono troppo lunghi si rischia di renderli ridondati e poco efficaci.

Ma se usare l’hashtag è facile di certo non è facile crearne di funzionali: un hashtag davvero funzionale individua un argomento e lo apre al mondo dandogli respiro.

Non sempre il primo hashtag sarà quello giusto; forse, prima di trovarne uno davvero di tendenza dovrete riempirne pagine e pagine fino scegliere tra quelle poche parole, quelle che assieme possano veicolare tutti i contenuti di uno stesso argomento. Prima di avere brutte sorprese si dovrebbero fare ricerche sul social per verificare quali hashtag sono più utilizzati evitando così di utilizzare un hashtag già in uso.

Errori e successi sono tutti in rete: la scelta di un hashtag sembra un gioco ma in realtà l’hashtag aiuta le conversazioni on line, le trasforma  in contenitori ordinati con un etichetta univoca che ne contraddistingue il contenuto; è una parola chiave, un “topic”, e il suo compito primario è categorizzare ed aiutare a mostrare gli argomenti  nel motore di ricerca di Twitter.

L’hashtag perfetto non esiste e allora, se a quello ufficiale creato da voi se ne affianca uno diverso, non vi perdete d’animo.. usateli entrambi sfruttandone la diffusione. All’hashtag ufficiale, infatti, si possono affiancare altri hashtag purché non siano legati ad altri eventi che nulla centrano con il vostro, fare spam con un hashtag famoso non paga, come sempre.

Oltre all’univocità puntate anche sull’unicità: anche cambiando social l’hashtag dovrebbe rimanere lo stesso anche se non ovunque riscuoterà lo stesso successo. Molti social network, infatti, hanno introdotto l’hashtag nel loro sistema (Facebook, Google+, Pinterest ed  Instragram) ma secondo alcune statistiche, ad esempio, gli hashtag su Facebook possono risultare controproducenti, affossando l’articolo invece che aumentarne l’efficacia.

Chi è 

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